Smetto quando voglio: Masterclass, il secondo capitolo della trilogia di Sibilia
Titolo: Smetto quando voglio: Masterclass
Nazione: Italia
Anno: 2017
Regia: Sydney Sibilia
Con: Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Libero De Rienzo
Genere: Commedia
Distribuzione: Lucky Red
La banda dei ricercatori torna in campo, stavolta in divisa
Smetto quando voglio: Masterclass e’ il secondo capitolo della trilogia di Sydney Sibilia dedicata alla banda dei ricercatori universitari, brillanti quanto disoccupati, che nel primo film avevano deciso di sintetizzare droghe legali per sopravvivere. Questa volta la dinamica cambia: la polizia li contatta con una proposta difficile da rifiutare, ovvero collaborare alla cattura di una pericolosa rete di spacciatori in cambio di sconti sulla pena. Ricercatori trasformati in agenti sotto copertura, con tutte le complicazioni che si possono immaginare.
Il riferimento culturale che Sibilia sembra tenere in testa in questo secondo episodio non e’ piu’ Breaking Bad, come nel primo film, ma qualcosa di piu’ fumettistico. La struttura ricalca in modo abbastanza esplicito quella di Suicide Squad: una banda di criminali temporaneamente liberata e messa al servizio delle istituzioni per neutralizzare una minaccia peggiore. Funziona, perche’ il gruppo e’ gia’ affiatato e i personaggi sono costruiti abbastanza bene da reggere anche una situazione narrativa diversa da quella originale.
Il capitolo di mezzo di una trilogia ben costruita
Essere il capitolo centrale di una trilogia e’ una posizione sempre scomoda: bisogna portare avanti la storia senza risolverla, tenere vivi i personaggi senza concludere nessun arco, e lasciare il pubblico con un finale aperto che invoglia a tornare per il terzo atto. Masterclass ci riesce discretamente, pur perdendo un po’ della freschezza del primo film.
Tecnicamente il lavoro di Sibilia si mantiene sullo stesso livello: regia di buon livello, fotografia con quell’effetto leggermente visionario che caratterizza tutta la saga, ritmo sostenuto. L’elemento che funziona meglio e’ il fondo amaro sotto la commedia: il film ride, ma non dimentica di dire qualcosa sulla precarizzazione della ricerca e sul tradimento delle istituzioni nei confronti di chi ha scelto la carriera accademica. E’ quel sottotesto che trasforma Smetto quando voglio da commedia qualsiasi a qualcosa con un po’ piu’ di carattere.
Fonte: Lucky Red, 2017. Recensione redatta nel febbraio 2018.
