WMF 2026 a Bologna, e l’eredità di chi ha inventato il Web
Dal 24 al 26 giugno 2026 BolognaFiere torna a ospitare il WMF – We Make Future, la più grande fiera internazionale europea dedicata all’intelligenza artificiale, alla tecnologia e all’innovazione digitale. Una manifestazione che nel 2025 ha registrato oltre 73.000 presenze da 90 Paesi, con più di 700 espositori e un migliaio di speaker da tutto il mondo. Tra gli ospiti annunciati per il Mainstage di quest’anno figurano Mathew Knowles, Enrico Mentana, Cecilia Sala, Henna Virkkunen, Alec Ross e rappresentanti di Google, Microsoft, Nvidia, Anthropic e Dell Technologies.
L’edizione 2026 cade in un momento in cui il dibattito sul futuro della rete è tornato centrale, tra intelligenza artificiale generativa, sovranità dei dati e nuove forme di concentrazione del potere digitale. Sono gli stessi temi che, tre anni fa, alla Fiera di Rimini, portarono sul palco del WMF un ospite d’eccezione: Sir Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web. Un passaggio simbolico che vale la pena ricordare, perché aiuta a capire da dove veniamo e dove stiamo andando.
Quando Tim Berners-Lee parlò a Rimini
Era il 16 giugno 2023 quando l’eminenza dell’informatica britannica salì sul Mainstage dell’undicesima edizione del WMF, davanti a oltre 60.000 partecipanti arrivati da 85 Paesi. Berners-Lee ripercorse le tappe di sviluppo del Web partendo dagli albori, ricordando che il progetto originario era costruito sui principi di condivisione e apertura. “Abbiamo pensato di abbattere i confini e le barriere per le persone in tutto il mondo”, spiegò, “ciò favorisce la connessione e la comprensione delle culture”.
Il suo intervento non si limitò alla nostalgia per la rete delle origini. Berners-Lee fu netto sulle criticità contemporanee, dai sistemi centralizzati che concentrano i dati di miliardi di utenti alle questioni di privacy e sicurezza, fino al ruolo crescente dell’intelligenza artificiale. “L’AI diventerà potentissima, ma voi dovete avere la sovranità dei vostri dati, il controllo su quelli che offrite”, disse al pubblico. “L’AI deve lavorare per voi come individui, cittadini, come consumatori”. Una posizione coerente con il suo lavoro più recente alla guida di Inrupt, la società fondata per sviluppare la tecnologia Solid, che mira a restituire alle persone il controllo dei propri dati personali.
Da ARPANET a Internet, una rete nata dalla ricerca
Il Web di cui parlava Berners-Lee non è Internet, anche se i due termini sono spesso usati come sinonimi. Internet è l’infrastruttura, la rete delle reti che connette computer in tutto il mondo. Il Web è uno dei servizi che vi girano sopra, insieme alla posta elettronica, allo streaming, alle chat.
La storia di Internet comincia nel 1969 con ARPANET, un progetto finanziato dal Dipartimento della Difesa statunitense attraverso l’Advanced Research Projects Agency. L’obiettivo era consentire a computer distanti di scambiare dati attraverso una tecnica nuova, la commutazione di pacchetto. Il 29 ottobre di quell’anno, due macchine collegate tra UCLA e Stanford si scambiarono il primo messaggio della storia: la parola che si stava digitando era “login”, ma il sistema andò in crash dopo le prime due lettere. Internet, di fatto, nacque con un “lo”.
Nei primi anni Settanta la rete crebbe rapidamente: alla fine del 1972 contava già 37 nodi, perlopiù università e centri di ricerca. Nel 1973 due informatici, Robert Kahn dell’ARPA e Vinton Cerf dell’Università di Stanford, iniziarono a delineare l’architettura di una rete capace di mettere in comunicazione network diversi tra loro. Il risultato fu il protocollo TCP/IP, presentato nel 1974 e adottato come standard ufficiale di ARPANET il 1° gennaio 1983. È la data che molti considerano il vero compleanno di Internet come la conosciamo oggi. Cerf e Kahn sono universalmente riconosciuti come “i padri di Internet”.
L’Italia entrò nella rete nel 1986, terza in Europa. La prima città connessa fu Pisa, dove un gruppo di ricercatori dell’Università e della Scuola Normale Superiore stava collaborando proprio con Cerf e Kahn allo sviluppo dei protocolli. Fu lo stesso Kahn a convincere i suoi superiori a finanziare il collegamento italiano.
Il Web nasce al CERN nel 1989
A questo punto Internet esisteva già, ma era uno strumento per accademici e ricercatori, complicato da usare e privo di una vera interfaccia. La svolta arrivò nel marzo 1989, quando un fisico britannico in servizio al CERN di Ginevra, Tim Berners-Lee, presentò ai suoi superiori un documento intitolato Information Management: A Proposal. Il problema da risolvere era pratico: i ricercatori del CERN producevano enormi quantità di dati e avevano bisogno di un sistema efficiente per condividerli e collegarli tra loro.
La soluzione che Berners-Lee mise a punto nei mesi successivi conteneva tutti gli ingredienti del Web moderno: il linguaggio HTML per scrivere le pagine, il protocollo HTTP per scambiarle, l’URL per identificarle, il primo browser e il primo server web. Il 6 agosto 1991 il CERN pubblicò online il primo sito della storia, che descriveva il progetto stesso. La scelta forse più importante, però, fu un’altra: nel 1993 il CERN rilasciò il software del Web come open source e di pubblico dominio, rinunciando a qualsiasi diritto di sfruttamento commerciale. È quella decisione che ha permesso al Web di diffondersi così rapidamente e di diventare l’infrastruttura su cui oggi si reggono economie, democrazie e relazioni personali.
Per il suo contributo, Berners-Lee ha ricevuto nel 2004 il Millennium Technology Prize e nel 2016 il Premio Turing, considerato il “Nobel dell’informatica”. Time Magazine lo ha incluso tra le 100 persone più importanti del XX secolo. Oggi è professore al MIT di Boston e all’Università di Oxford, e continua a battersi per la neutralità della rete, gli standard aperti e una redistribuzione del potere sui dati.
Una rete che oggi connette cinque miliardi di persone
Dalla prima connessione del 1969 a oggi, Internet ha attraversato passaggi che pochi avevano previsto: la nascita dei motori di ricerca, l’esplosione del commercio elettronico, l’avvento dei social network, la diffusione capillare degli smartphone, l’arrivo dei modelli linguistici di grande scala. Il Web, in particolare, è passato dalla versione statica delle origini a una piattaforma dinamica capace di ospitare quasi ogni aspetto della vita quotidiana. Oggi connette circa cinque miliardi di persone e ha reso possibili i servizi offerti da colossi come Google, Meta, Amazon e, più di recente, dalle aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale generativa.
Proprio sull’intelligenza artificiale si concentra l’edizione 2026 del WMF, con la presenza annunciata di OpenAI, Anthropic, Nvidia, Google e diversi centri di ricerca pubblici. È un cerchio che si chiude, almeno simbolicamente: la stessa fiera che nel 2023 ospitò l’inventore del Web torna ora a interrogarsi sul prossimo cambio di paradigma. Resta da capire se la lezione delle origini, quella di una rete aperta, condivisa e al servizio delle persone, riuscirà a sopravvivere anche alla nuova fase.
Fonti: ANSA, Il Sole 24 Ore, Treccani, Wikipedia, Fastweb Plus, BolognaFiere Group, sito ufficiale WMF We Make Future, Startups Magazine. Consultate il 20 maggio 2026.
