Cannes 2026, quasi alla fine: la settimana del cinema d’autore
Mancano due giorni alla cerimonia di chiusura, eppure la 79ª edizione del Festival di Cannes ha già detto moltissimo su dove vuole andare il cinema d’autore nel 2026. La Palma d’oro verrà assegnata sabato 23 maggio da una giuria presieduta da Park Chan-wook, primo regista coreano a ricoprire questo ruolo sulla Croisette, affiancato tra gli altri da Demi Moore, Chloé Zhao e Stellan Skarsgård.
L’apertura aveva già fissato il tono: niente blockbuster, niente franchise americani. La commedia La Vénus électrique di Pierre Salvadori ha inaugurato il festival fuori concorso, accolta con calore dalla stampa, mentre le Palme d’oro onorarie sono andate a Peter Jackson e Barbra Streisand. A sorpresa, il 16 maggio è toccato anche a John Travolta, accolto con una standing ovation.
Un concorso senza precedenti
Ventuno film in gara per la Palma, e la lista dei registi suona come un appello del cinema mondiale: Pedro Almodóvar, Asghar Farhadi, Hirokazu Kore-eda, Paweł Pawlikowski, Ryusuke Hamaguchi, Cristian Mungiu, Na Hong-jin, László Nemes, Andrey Zvyagintsev, Lukas Dhont, i Los Javis. L’unico americano in gara è Ira Sachs. È una selezione che ha rinunciato deliberatamente al rumore facile per scommettere sull’inquietudine, sull’ambiguità, sulla storia raccontata attraverso corpi e destini personali.
Il film più acclamato dalla critica fino a oggi sembra essere Fatherland di Pawlikowski. In bianco e nero, come i suoi precedenti Ida e Cold War, il regista polacco racconta il viaggio in auto attraverso la Germania del 1949 compiuto da Thomas Mann insieme alla figlia Erika: da Francoforte sotto influenza americana fino a Weimar controllata dai sovietici. Sandra Hüller interpreta Erika, e la sola presenza dell’attrice di Anatomia di una caduta e La zona d’interesse basta a fare del film uno degli appuntamenti imperdibili della selezione. Il titolo, Fatherland, porta con sé tutto il peso di una parola che in tedesco significa patria, ma che in questo contesto risuona come una domanda aperta su cosa rimanga di un paese dopo la guerra, la propaganda, la vergogna.
Pedro Almodóvar torna a Cannes con Amarga Navidad, il suo primo film in spagnolo dopo il Leone d’oro veneziano La stanza accanto. Al centro c’è Elsa, una regista di spot pubblicitari interpretata da Bárbara Lennie, la cui storia si intreccia tra il 2004 e il 2026 in una struttura narrativa a specchio. Almodóvar non ha mai vinto la Palma d’oro, e molti critici pensano che questa possa essere la volta buona.
Hirokazu Kore-eda ha presentato Sheep in the Box, ambientato in un Giappone del futuro prossimo: una coppia che ha perso il figlio adotta un androide dalle fattezze di bambino, con una riflessione sull’intelligenza artificiale che entra nella poetica familiare e minimale del regista giapponese attraverso una porta inattesa.
The Man I Love di Ira Sachs, con Rami Malek nei panni di un artista teatrale nella New York degli anni Ottanta alle prese con l’AIDS, non ha convinto la critica quanto ci si aspettava. Il film resta comunque uno dei titoli più discussi per via del cast e del contesto storico.
Il festival che non si nasconde
Se c’è un filo rosso che attraversa questa edizione, è quello dell’identità: sessuale, nazionale, storica. La Queer Palm ha registrato un numero record di selezioni, e almeno sette dei ventuno film in concorso ufficiale affrontano direttamente temi LGBTQ+ o relazioni non eteronormative. Non è una moda, è una scelta editoriale precisa.
Oggi, giovedì 21 maggio, sono in concorso due dei titoli più attesi dell’intera settimana. La bola negra dei Los Javis, ovvero Javier Ambrossi e Javier Calvo, porta sul grande schermo una storia che attraversa tre epoche, 1932, 1937 e 2017, con Penélope Cruz, Glenn Close e Guitarricadelafuente, partendo da un frammento inedito di García Lorca per raccontare il desiderio e l’identità maschile in tre momenti diversi della storia spagnola. Coward del belga Lukas Dhont, già Camera d’or con Girl e Grand Prix con Close, è invece ambientato nelle trincee della Prima Guerra Mondiale: Pierre, un soldato appena arrivato al fronte, incontra Francis, che decide di allestire uno spettacolo teatrale per tenere alto il morale dei commilitoni. Una storia d’amore, di sopravvivenza, di bellezza che cresce nell’oscurità. Il film arriverà su MUBI in Italia.
Nel pomeriggio la Salle Bunuel ha ospitato un rendez-vous speciale con Tilda Swinton, interprete capace di muoversi con uguale autorevolezza tra il cinema d’autore più radicale e le grandi produzioni hollywoodiane.
Non c’è nessun film italiano nelle quattro selezioni principali, assenza che non è passata inosservata. Ci sono però alcune coproduzioni italiane di rilievo, a partire da Fatherland, prodotto anche da Mario Gianani e Lorenzo Mieli.
La premiazione è sabato sera. La corsa è aperta.
Fonti: ANSA, ComingSoon.it, MYmovies.it, Il Post, The Hollywood Reporter, Deadline — 21 maggio 2026
